Conservazione
Nel campo della trapiantologia polmonare la conservazione
e preservazione da danno ischemico dei polmoni espiantati
è stato uno degli aspetti maggiormente oggetto
di intensi studi di laboratorio. Rivisitazioni dettagliate
su questo argomento sono state fornite da Christie e
Waddell (1993) e Novick (1992). Le tecniche di conservazione
polmonare, sono oggi notevolmente progredite rispetto
ai tempi in cui il gruppo di Toronto
eseguiva trapianti usando polmoni presi in uno stato
atelectasico e conservati in immersione ipotermica come
riportato da Todd (1988). Piccole differenze nelle strategie
di conservazione si possono riscontrare in programmi
trapiantologici diversi ma i principi di base rimangono
simili. Gli scopi che ci si prefigge di raggiungere
con le metodiche di preservazione dei polmoni espiantati
sono la riduzione del danno ischemico con le sue conseguenze
a livello metabolico, enzimatico e cellulare, la prevenzione
della formazione e ritenzione di trombi all’interno
delle strutture vascolari polmonari, la prevenzione
dello comparsa di aree di atelectasia.
Al momento della procedura di espianto il donatore viene
sottoposto ad eparinizzazione sistemica ad alte dosi
(300 U/kg). Successivamente e appena prima dell’arresto
circolatorio, al donatore viene somministrato PGE1,
un potente vasodilatatore polmonare, usualmente tramite
un bolo di 500 microgrammi iniettato direttamente in
arteria polmonare. In alcuni programmi la PGE1 viene
somministrata in infusione venosa centrale continua
ad una dose variabile da 10 ng/kg/min a 80 ng/kg/min
in base alla tolleranza.
La metodica più importante tra quelle di conservazione
polmonare è l’infusione di una soluzione
di preservazione fredda attraverso l’arteria polmonare.
Tale soluzione agisce attraverso molteplici meccanismi:
i suoi particolari componenti svolgono una funzione
di buffer contro lo sviluppo di acidosi cellulare, forniscono
un supporto energetico al metabolismo cellulare e contribuiscono
a neutralizzare la formazione di dannosi radicali liberi
dell’ossigeno.
La bassa temperatura rallenta i processi metabolici
cellulari diminuendo il consumo di ossigeno.
Nel corso degli anni sono state prodotte ed utilizzate
soluzioni pulmoplegiche diverse, le più diffuse
delle quali rimangono la soluzione Euro-Collins e la
soluzione sviluppata presso l’Università
del Wisconsin negli Stati Uniti.
Successivamente all’espianto, i polmoni vengono
immersi in una soluzione cristalloide fredda e mantenuti
in uno stato di semi insufflazione durante il trasporto.
Grazie all’adozione di strategie complesse e multifattoriali
di conservazione/preservazione oggi i polmoni espiantati
possono tollerare periodi di ischemia di 6-8 ore. Occasionalmente
sono stati descritti casi di conservazione ischemica
di 8-10 ore (soprattutto per il secondo polmone nel
caso di intervento bilaterale sequenziale) con risultati
soddisfacenti di recupero funzionale.
Lo stato di insufflazione polmonare, durante la perfusione
dell’arteria polmonare e durante la conservazione
ha verosimilmente delle conseguenze sulla funzione polmonare
post-trapianto. Puskas ha dimostrato che la conservazione
dei polmoni di cani in stato di insufflazione produce
una più sicura ripresa funzionale dopo un periodo
prolungato (30 ore) di conservazione rispetto ai polmoni
conservati a basso volume.
Anche nell’uomo è stato dimostrato che
l’insufflazione durante la perfusione e la conservazione
del polmone espiantato sono importanti per ottenere
risultati funzionali migliori.
In tutti i programmi di trapianto polmonare, il riempimento
dell’arteria polmonare avviene ad una temperatura
da 1 a 4oC e dopo l’estrazione i polmoni vengono
immersi in una soluzione cristalloide e ghiaccio in
modo che durante la loro conservazione e trasporto rimangano
alla temperatura di circa 1oC.
Alcuni autori hanno evidenziato che, un più moderato
grado di ipotermia consente una ripresa della funzione
polmonare superiore, come dimostrato anche da alcuni
esperimenti condotti in vitro da Wang (1993) riguardanti
modelli di perfusione polmonare in conigli e modelli
di trapianto effettuati in cani e babbuini documentati
da Sundaresan e associati (1993).
In precedenti studi su cani, comunque, Mayer e coll.
non ebbero modo di evidenziare differenze tra modelli
di conservazione a 4oC e modelli di conservazione a
10oC.
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