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Diagnosi

Il rischio di rigetto acuto è molto elevato nell’immediato periodo post-operatorio e decresce con il tempo, infatti, il primo episodio si verifica dai cinque ai sette giorni dopo il trapianto anche se non sono inusuali molti episodi durante i primi due mesi e anche entro un anno.
La frequenza del rigetto acuto è simile per i vari tipi di trapianto tranne che per il trapianto lobare da donatore vivente che presenta un’incidenza di rigetto acuto inferiore.
I segni e i sintomi clinici del rigetto acuto non sono specifici e la diagnosi si basa sulla valutazione di criteri clinici e istologici.
I criteri clinici sono comunemente considerati diagnostici nell’immediato periodo postoperatorio, quando l’incidenza del rigetto acuto è più alto e le condizioni del paziente spesso precludono la possibilità di effettuare la biopsia transbronchiale.
Molti pazienti possono lamentare dispnea, tosse non produttiva, una riduzione dell’ossigenazione maggiore anche di 10 mmHg, malessere generale ed in caso di sospetto, la diagnosi presuntiva di rigetto acuto può essere confermata tramite la
valutazione della risposta alla somministrazione endovenosa di grandi quantità di metilprednisolone.
Sebbene i criteri clinici possono essere utilizzati per la diagnosi di rigetto acuto, ci sono comunque molti svantaggi a quest’approccio.
In primo luogo, fare affidamento sulla scoperta di segni e sintomi implica che la diagnosi venga effettuata tardivamente rispetto all’evoluzione della malattia e quando viene effettuata la malattia è già grave.
Un numero significativo di pazienti sono asintomatici e la diagnosi si basa sulla sorveglianza bioptica.
Per l’interpretazione delle biopsie, in corso di presunto rigetto acuto, bisogna escludere la presenza di infezioni e valutare la presenza di elementi caratteristici, quali l’incremento progressivo degli infiltrati perivascolari di mononucleati.
Gli elementi istologici che ci consentono di discriminare il rigetto acuto da quello cronico è la presenza, nel secondo caso, di lesioni ialine eosinofile irreversibili nelle vie aeree e nei vasi.
E’ chiaro che entrambi i tipi di lesioni possono, in alcuni casi, coesistere.
La biopsia dovrebbe inoltre essere considerata nel contesto della storia clinica, dopo l’aver osservato i risultati di precedenti biopsie e con la conoscenza dei risultati delle colture e del lavaggio bronco alveolare.
Infine, sebbene sia largamente accettata l’importanza della biopsia transbronchiale, numerose controversie esistono ancora circa la frequenza con cui l’indagine deve essere effettuata.
Molti autori propongono una sorveglianza frequente durante il primo anno postoperatorio e soprattutto dopo il trattamento del rigetto, altri invece raccomandano una sorveglianza più moderata (ogni due mesi) per evitare l’insorgenza di complicanze associate alle frequenti biopsie.
L’esame obiettivo è frequentemente normale o può mostrare al massimo febbre moderata, crepitii o sibili.


Figura 4. Opacità peri-ilari e basilari interstiziali da rigetto acuto successivo a trapianto bilaterale

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