Complicanze
infettive 3/3
La mortalità e morbilità più elevate
si riscontrano tra i pazienti che acquisiscono infezioni successivamente
l’intervento soprattutto se l’infezione è
sostenuta da B. Cepacia. Vi è, infatti, una controversia
tra alcuni centri che considerano l’infezione da B.
cepacia una controindicazione al trapianto e altri che sono
di parere opposto. (26)
Oggi si tende comunque a considerare che, le infezioni sostenute
sia da B. cepacia sia da B. gladioli evidenziate in fase preoperatoria
non dovrebbe essere
considerata una controindicazione assoluta al trapianto. (26)
Casi di tubercolosi polmonare post-trapianto sono stati documentati
raramente. (28)
Schulman e colleghi evidenziarono, su 94 trapianti di polmone
e cuore-polmone, un’incidenza di circa il 2%
Tutte le infezioni micobatteriche si svilupparono entro i
primi tre mesi dal trapianto bilaterale e in tutti i casi
vi furono evidenze di trasmissione dell’infezione dal
donatore al ricevente o per lo meno di assenza del M. tubercolosi
nei polmoni espiantati dal ricevente.
L’ipotesi che l’infezione tubercolare si stata
acquisita in ospedale è inverosimile perché,
in tutti gli studi eseguiti, i pazienti furono ricoverati
sempre in stanze singole o comunque in ambienti non esposti
mentre invece, i donatori corrispondenti a tali pazienti possedevano
fattori di rischio per lo sviluppo di tubercolosi quali alcolismo,
residenza in New York City e recente immigrazione dal Sud
Africa. (27)
Figura 13. Infezione da M. Tuberculosis in un uomo
di 57 anni.
A sinistra: Radiografia di controllo due mesi dopo un trapianto
bilaterale per bronchiectasie idiopatiche.
A destra: un gruppo di opacità irregolari presenti
lateralmente nella zona superiore del polmone sinistro 3 mesi
dopo il trapianto.

Alcuni casi di tubercolosi polmonare post trapianto potrebbero
essere espressione di una riattivazione di un’infezione
endogena.
Altre descrizioni di tubercolosi polmonare sono stati associati
ad un incremento di corticosteroidi.
Ridgeway et al. riportarono due casi di tubercolosi polmonari
in due pazienti sottoposti a trapianto di polmone singolo
che avevano attinto da un unico donatore.
Sono stati descritti anche casi di infezioni da Micobatteri
atipici patogeni tra i quali M. chelone e M. fortuitum.
In tutti questi pazienti la tubercolosi dovrebbe essere trattata
con trattamenti standard e la presenza nelle vie aeree di
micobatteri atipici in assenza di malattia non è una
precisa indicazione per iniziare un trattamento antimicobatterico
prima del trapianto.
Il ruolo della terapia, nel caso della semplice colonizzazione
delle vie aeree, dopo il trapianto è sconosciuto. (28)
In definitiva, le infezioni micobatteriche non sono una complicanza
frequente del trapianto polmonare e non sono, inoltre, associate
a mortalità e significativa morbilità.
Per tali motivi, non è necessario effettuare indagini
colturali per la ricerca dei micobatteri in assenza di chiari
sospetti. (28)
Figura 14. Sottile restringimento del bronco lobare
medio in conseguenza di una tubercolosi endobronchiale in
una donna di 27 anni, 3 mesi dopo un trapianto bilaterale
per FC

Infezioni fungine
Le infezioni micotiche si verificano sia precocemente sia
abbastanza tardivamente nel periodo post-operatorio e sono
tra le più comuni cause di mortalità nel paziente
immunocompromesso.
Le manifestazioni cliniche sono generalmente più insidiose
e meno drammatiche rispetto alle infezioni batteriche e generalmente
è possibile evidenziare due quadri:
- Infezioni opportunistiche sostenute da Aspergillus, Candida,
Cryptococcus e Mucoraceae che sono più frequentemente
osservate in pazienti neutropenici.
- Riattivazione di infezioni latenti sostenute da H. capsulatum,
C. immitis, B. dermatiditis P. brasiliensis frequentemente
osservate in pazienti con compromissione dell’immunità
cellulare. (25)
Candida Albicans è il fungo più comune che è
stato isolato durante il periodo post-operatorio precoce.
Tra le sottospecie di Candida, quelle più comunemente
riscontrate in pazienti immunocompromessi sono C. albicans,
C. tropicalis e C. krusei. (25)
La tracheobronchite ulcerativa è una forma eccezionale
di aspergillosi non invasiva ed è usualmente osservata
nel primo mese post-operatorio nel corso di broncoscopie ordinarie.
I pazienti sono generalmente asintomatici, tranne quelli affetti
da FC che possono sviluppare crisi di broncospasmo secondarie
ad aspergillosi broncopolmonare allergica e non mostrano modificazioni
radiografiche significative. (31)
All’indagine broncoscopica si possono osservare le caratteristiche
tipiche della tracheobronchite con la presenza di ulcere multiple
esattamente nel sito dell’anastomosi.
La mortalità da infezioni da aspergillus è circa
2 – 4% ma si innalza notevolmente in caso di disseminazione
in pazienti con neutropenia. (25)
Figura 15. Aspergillus fumigatus. Opacità multifocale
confluenti nel polmone nativo di un paziente sottoposto a
trapianto polmonare per linfangiomatosi.

Molti
centri somministrano antibiotici a largo spettro a scopo profilattico
per i primi giorni dopo l’intervento, soprattutto nei
pazienti neutropenici. (26)
Il tipo e la durata del trattamento sono adattati allo stato
clinico post-operatorio e ai risultati delle colture di fluidi
aspirati dai bronchi o dalla trachea del ricevente e del donatore.
A causa dell’elevata morbilità e mortalità
associata con le infezioni da B. Cepacia, particolarmente
durante il primo periodo post-operatorio, molti centri hanno
scelto di non effettuare il trapianto polmonare in caso di
colonizzazione da B. Cepacia. (26)
Il gruppo di pazienti con FC colonizzati da B. Cepacia hanno
un’elevata morbilità e mortalità nel periodo
post-operatorio precoce e certamente traggono beneficio da
un protocollo terapeutico aggressivo e quanto più precoce
possibile.
Dalle iniziali esperienze del gruppo di Toronto, Snell et
al. descrissero la storia di 22 pazienti che furono sottoposti
a trapianto per FC con un Follow-up variabile da 4 a 47 mesi.
Dei 22 pazienti, 15 furono colonizzati da B.cepacia, dei quali
10 in fase preoperatoria (e continuarono ad esserlo nella
fase post-operatoria) e 5 in fase post-operatoria.
7 di quei 15 pazienti morirono a causa dell’infezione
e 4 tra questi appartenevano al gruppo che avevano contratto
l’infezione in fase post-operatoria. (26)
Nel 1996 fu eseguito un altro studio alla “Duke University
Medical Center”. (26)
Nei 21 pazienti con FC sottoposti a trapianto polmonare bilaterale,
i batteri isolati nelle colture pre-operatorie furono Stenotrophomonas
maltophilia (4 casi), B.cepacia (2 casi), B. gladioli (2casi),
S. aureus meticillina resistente (5 casi), S. aureus meticillina
sensibile (3 casi), P. aeruginosa (18 casi), H. influenzae
(2 casi) e Alcaligenes xylosoxidans (2 casi). (26)
Figura 10. Burkholderia Cepacia. Area di consolidamento nel
polmone destro in una paziente con FC 2 mesi dopo un trapianto
bilaterale.
Tutti i pazienti infettati da questi microrganismi ebbero
episodi ricorrenti di infezioni del tratto respiratorio prima
del trapianto e furono trattati con una terapia antibiotica
aggressiva.
Uno dei pazienti morì nell’arco di 24h dall’intervento
a causa di una sepsi da S. maltophilia e altri tre pazienti
morirono alcuni mesi dopo a causa di polmoniti da P. aeruginosa
nell’ambito di altre patologie infettive.
Figura 11. Consolidamento bilaterale da
B.cepacia in una paziente dopo 14 giorni da
un trapianto bilaterale per FC.
Dei 17 pazienti che sopravvissero, 9 non ebbero complicanze
infettive nel periodo post-operatorio mentre i rimanenti 8
ebbero uno o più episodi di infezioni batteriche invasive.
Questi ultimi furono trattati aggressivamente con agenti antimicrobici
nei confronti dei quali i microrganismi erano risultati sensibili
ma, non appena il trattamento con antibiotici veniva sospeso
si sviluppavano spesso infezioni della ferita sternale, comunque
facilmente trattabili. (26)
Da tutto ciò si può desumere che l’esecuzione
del trapianto polmonare in pazienti affetti da FC è
spesso gravato da complicanze infettive non sempre facilmente
controllabili.
Gli studi iniziali condotti nel Nord America non erano molto
incoraggianti, in quanto dichiaravano una sopravvivenza media
ad un anno di solo 42%.(26)
In base a questi studi la sepsi era la principale causa di
morte.
Studi successivi condotti alla University of Toronto mostrarono
risultati un po’ più incoraggianti, evidenziando,
in 17 pazienti con FC sottoposti a trapianto polmonare bilaterale,
una sopravvivenza ad un anno pari a 58%. (26)
In questo studio la causa principale di mortalità e
morbilità fu la polmonite da B. cepacia.
Più recentemente la sopravvivenza media si è
innalzata, infatti, nel 1992 Shennib et al. ed Egan et al.
hanno riportato una percentuale rispettivamente del 64% e
del 85%
ad un anno con un netto miglioramento anche della QOL dei
sopravvissuti. (26)
I microrganismi che tutt’oggi sono ancora particolarmente
temuti sono i Gram-neg. P. aeruginosa, B.cepacia e gladioli
e S. maltophilia soprattutto se questi microrganismi sono
presenti prima del trapianto in pazienti con FC, considerando
soprattutto che le anomalie tipiche della FC persistono nelle
vie aeree prossimali native e nei seni paranasali che rimangono
colonizzati da microrganismi multi-farmaco-resistenti.
In ogni caso, oggi non si ritiene più che le infezioni
possano rappresentare un forte ostacolo all’esecuzione
del trapianto polmonare in pazienti con FC, in quanto si è
notato che, le infezioni post-operatorie non sono significativamente
maggiori rispetto ai pazienti non affetti da FC.
Figura 12. polmonite da Pseudomonas successiva
a trapianto bilaterale per FC. Aree di
consolidamento nelle zone superiori dei lobi
inferiori
La mortalità e morbilità più elevate
si riscontrano tra i pazienti che acquisiscono infezioni successivamente
l’intervento soprattutto se l’infezione è
sostenuta da B. Cepacia. Vi è, infatti, una controversia
tra alcuni centri che considerano l’infezione da B.
cepacia una controindicazione al trapianto e altri che sono
di parere opposto. (26)
Oggi si tende comunque a considerare che, le infezioni sostenute
sia da B. cepacia sia da B. gladioli evidenziate in fase preoperatoria
non dovrebbe essere
considerata una controindicazione assoluta al trapianto. (26)
Casi di tubercolosi polmonare post-trapianto sono stati documentati
raramente. (28)
Schulman e colleghi evidenziarono, su 94 trapianti di polmone
e cuore-polmone, un’incidenza di circa il 2%
Tutte le infezioni micobatteriche si svilupparono entro i
primi tre mesi dal trapianto bilaterale e in tutti i casi
vi furono evidenze di trasmissione dell’infezione dal
donatore al ricevente o per lo meno di assenza del M. tubercolosi
nei polmoni espiantati dal ricevente.
L’ipotesi che l’infezione tubercolare si stata
acquisita in ospedale è inverosimile perché,
in tutti gli studi eseguiti, i pazienti furono ricoverati
sempre in stanze singole o comunque in ambienti non esposti
mentre invece, i donatori corrispondenti a tali pazienti possedevano
fattori di rischio per lo sviluppo di tubercolosi quali alcolismo,
residenza in New York City e recente immigrazione dal Sud
Africa. (27)
Figura 13. Infezione da M. Tuberculosis in un uomo di 57 anni.
A sinistra: Radiografia di controllo due mesi dopo un trapianto
bilaterale
Per bronchiectasie idiopatiche. A destra: un gruppo di opacità
irregolari
presenti lateralmente nella zona superiore del polmone sinistro
3 mesi
dopo il trapianto.
Alcuni casi di tubercolosi polmonare post trapianto potrebbero
essere espressione di una riattivazione di un’infezione
endogena.
Altre descrizioni di tubercolosi polmonare sono stati associati
ad un incremento di corticosteroidi.
Ridgeway et al. riportarono due casi di tubercolosi polmonari
in due pazienti sottoposti a trapianto di polmone singolo
che avevano attinto da un unico donatore.
Sono stati descritti anche casi di infezioni da Micobatteri
atipici patogeni tra i quali M. chelone e M. fortuitum.
In tutti questi pazienti la tubercolosi dovrebbe essere trattata
con trattamenti standard e la presenza nelle vie aeree di
micobatteri atipici in assenza di malattia non è una
precisa indicazione per iniziare un trattamento antimicobatterico
prima del trapianto.
Il ruolo della terapia, nel caso della semplice colonizzazione
delle vie aeree, dopo il trapianto è sconosciuto. (28)
In definitiva, le infezioni micobatteriche non sono una complicanza
frequente del trapianto polmonare e non sono, inoltre, associate
a mortalità e significativa morbilità.
Per tali motivi, non è necessario effettuare indagini
colturali per la ricerca dei micobatteri in assenza di chiari
sospetti. (28)
Figura 14. Sottile restringimento del bronco
lobare medio in conseguenza di una
tubercolosi endobronchiale in una donna
di 27 anni, 3 mesi dopo un trapianto bilaterale per FC
Infezioni fungine
Le infezioni micotiche si verificano sia precocemente sia
abbastanza tardivamente nel periodo post-operatorio e sono
tra le più comuni cause di mortalità nel paziente
immunocompromesso.
Le manifestazioni cliniche sono generalmente più insidiose
e meno drammatiche rispetto alle infezioni batteriche e generalmente
è possibile evidenziare due quadri:
- Infezioni opportunistiche sostenute da Aspergillus, Candida,
Cryptococcus e Mucoraceae che sono più frequentemente
osservate in pazienti neutropenici.
- Riattivazione di infezioni latenti sostenute da H. capsulatum,
C. immitis, B. dermatiditis P. brasiliensis frequentemente
osservate in pazienti con compromissione dell’immunità
cellulare. (25)
Candida Albicans è il fungo più comune che è
stato isolato durante il periodo post-operatorio precoce.
Tra le sottospecie di Candida, quelle più comunemente
riscontrate in pazienti immunocompromessi sono C. albicans,
C. tropicalis e C. krusei. (25)
La tracheobronchite ulcerativa è una forma eccezionale
di aspergillosi non invasiva ed è usualmente osservata
nel primo mese post-operatorio nel corso di broncoscopie ordinarie.
I pazienti sono generalmente asintomatici, tranne quelli affetti
da FC che possono sviluppare crisi di broncospasmo secondarie
ad aspergillosi broncopolmonare allergica e non mostrano modificazioni
radiografiche significative. (31)
All’indagine broncoscopica si possono osservare le caratteristiche
tipiche della tracheobronchite con la presenza di ulcere multiple
esattamente nel sito dell’anastomosi.
La mortalità da infezioni da aspergillus è circa
2 – 4% ma si innalza notevolmente in caso di disseminazione
in pazienti con neutropenia. (25)
Figura 15. Aspergillus fumigatus. Opacità multifocale
confluenti nel polmone nativo di un paziente sottoposto a
trapianto polmonare per linfangiomatosi.

In pazienti con FC che presentano una colonizzazione aspergillare
prima del trapianto è possibile ricercare dei markers
sierologici soprattutto per evidenziare un’aspergillosi
broncopolmonare allergica (ABPA) (31)
In questi casi si possono evidenziare un elevato titolo di
IgE totali e di IgE o IgG anti A. fumigatus e una reazione
cutanea immediata da A. fumigatus.
Il test ELISA ha il vantaggio di risultare positivo più
precocemente rispetto ai tests di agglutinazione, inoltre
i risultati possono essere ottenuti entro 4 ore dalla raccolta
dei campioni e in alcuni pazienti si ottengono informazioni
significative anche più di 25 giorni prima della comparsa
delle manifestazioni cliniche o dei segni radiografici di
aspergillosi invasiva. (31)
Molti pazienti presentano diverse infezioni concomitanti ed
in questi casi risulta difficile capire quali infezioni sono
acquisite e quali sono quelle presenti prima del trapianto.
Infezioni virali
La Prevalenza di infezioni respiratorie virali varia considerevolmente
tra i numerosi studi riguardanti le complicanze infettive
dei trapianti di polmone e di cuore polmone.
Maurer ha potuto evidenziare l’assenza di seri coinvolgimenti
respiratori in un gruppo di 40 pazienti trapiantati a Toronto.
(32)
A Stanford, in uno studio su 200 pazienti fu possibile osservare
lo sviluppo di infezioni da RSV, da virus influenzale o da
adenovirus solo nel 3% dei pazienti. (32)
Similarmente, a Pittsburgh in uno studio su 308 trapianti
pediatrici e non, furono evidenziati solo 4 casi di infezioni
da adenovirus. (32)
In contrasto con questi dati, nella University of Minnesota,
su 84 pazienti pediatrici e non, si evidenziò lo sviluppo
di infezioni da RSV o da virus parainfluenzale in 18 pazienti
(21%). (32)
Altri dati più recenti, infine, mostrano una notevole
variabilità dei dati di prevalenza.(32)
Il CMV continua ad essere il più importante e frequente
agente virale capace di causare infezioni nella popolazione
dei trapiantati polmonari. (25)
Ma in definitiva l’intera famiglia Herpesviridae (CMV,
HSV, VZV e HHV6) rappresenta il gruppo maggiormente implicato
e altri virus (Adenovirus, RSV, Picornavirus e virus parainfluenzale)
vengono sempre più riconosciuti come patogeni del tratto
respiratorio.(25)
Il CMV e il RSV hanno un alto tasso di complicanze polmonari
mentre l’HSV e il VZV raramente invadono il tessuto
polmonare.
Le infezioni virali precoci possono riflettere una trasmissione
nosocomiale (soprattutto il RSV è particolarmente contagioso)
o una riattivazione di infezioni latenti, (25) (32) mentre
le infezioni tardive sono generalmente acquisite in comunità.
(32)
Figura 16. RSV. Consolidamento bilaterale asimmetrico
dopo trapianto bilaterale per FC

Figura 17. RSV. Immagine a vetro smerigliato a livello
di entrambi i lobi superiori

Durante
le prime esperienze di trapianto polmonare erano comuni e
molto frequenti polmoniti virali da CMV che spesso conducevano
ad insufficienza respiratoria e morte.
Diversi autori riportano risultati di molteplici studi ma,
spesso le definizioni della malattia da CMV variano notevolmente
tra i differenti studi e così una comparazione diretta
potrebbe non essere valida. (33)
Ancor oggi il CMV può determinare lo sviluppo di una
malattia abbastanza severa coinvolgente anche altri organi
oltre i polmoni, a dispetto della profilassi antivirale con
Ganciclovir. (33)
Infatti, quest’ultima pur manifestando in gran parte
dei casi la sua efficacia soprattutto in associazione con
immunoglobuline, alle volte non fa altro che posticipare la
comparsa della malattia (33)
La diagnosi di infezione da CMV, al momento può essere
effettuata quando si isolano cellule infettate nel BAL o quando
è possibile evidenziare le caratteristiche inclusioni
in campioni bioptici. (24)
Sebbene particolarmente suggestivo, in uno scenario clinico
appropriato, l’isolamento del virus direttamente nelle
urine, nel BAL o anche nel sangue, non implica necessariamente
la presenza della malattia ma, frequentemente ciò è
espressione di un’infezione asintomatica. (24)
Quando sintomatici, tali pazienti possono lamentare malessere
generale, febbre e tosse non produttiva, sintomi che possono
bene essere raggruppati sotto il termine di “sindrome
simil-influenzale”. (24)
Particolarmente utili sono le indagini strumentali e di laboratorio.
La radiografia del torace può mostrare caratteristici
infiltrati e le indagini sierologiche possono evidenziare
un incremento del titolo di IgG o la comparsa di IgM, anche
se queste sono solo indicative e non diagnostiche di malattia.
In ogni caso la diagnosi di polmonite da CMV può essere
considerata definitiva solo quando esistono evidenze istologiche
su biopsie transbronchiali o su campioni autoptici. (24)
Figura 18. Esame al microscopio ottico di una Biopsia
transbronchiale che mostra un chiara polmonite da CMV.
(Ematossilina- Eosina, x250)

Figura
19. Tipiche inclusioni da CMV in BAL (X 400)

Infezione da HCV
La storia naturale dell’infezione da HCV in pazienti
trapiantati oggi risulta certamente più chiara e le
interazioni tra ospite immunosoppresso e HCV possono ora essere
meglio comprese grazie alla disponibilità di specifici
markers di infezione.
Il corso della malattia da HCV può essere influenzata
da vari fattori quali la presenza di un nuovo organo antigenicamente
diverso, gli effetti della terapia immunosoppressiva e l’uso
di una terapia antivirale profilattica.
L’infezione da HCV può essere acquisita nel periodo
perioperatorio da un organo infetto o da prodotti del sangue.
I derivati del sangue devono essere considerati una fonte
potenziale di infezione.
La richiesta di sangue durante l’intervento e nel periodo
post-operatorio immediato varia in base al tipo di organo
trapiantato.
Infezioni protozoarie ed infestazioni
parassitarie
Pneumocystis carinii è un protozoo, considerato da
molti un fungo, ubiquitario che può causare importanti
patologie polmonari in soggetti immunosoppressi.
L’infezione primaria, infatti, si verifica spesso in
età giovanile e la malattia in età adulta è
il risultato della riattivazione dell’infezione latente
anche se possono verificarsi trasmissioni per via respiratoria.
A differenza di quanto accade in pazienti con AIDS, i pazienti
trapiantati spesso presentano un quadro clinico fulminante
dominato da febbre, tosse, dispnea e ipossiemia. (25)
La radiografia del torace può mostrare quadri variabili
dall’assenza di alterazioni fino alla presenza di infiltrati
bilaterali diffusi.
La presenza di cisti nelle secrezioni respiratorie o in altri
tessuti può essere svelata grazie ad opportuni metodi
di colorazione (Wright – Giemsa, Gomori – Methenamine).
L’infezione ha inizio quando il parassita penetra nell’organismo
attraverso la cute e quindi migra attraversi i vasi polmonari
e gli alveoli.
In pazienti sottoposti a terapia steroidea prolungata, nei
trapiantati e nei leucemici è stata descritta una sindrome
caratterizzata prevalentemente da disturbi gastrointestinali,
insufficienza respiratoria con infiltrati polmonari diffusi.