Il
polmone da trapiantare fu prelevato da un paziente deceduto
per arresto cardiaco dopo un infarto del miocardio. Al
momento dell’intervento furono notati numerosi microascessi
parenchimali secondari alla natura ostruente del tumore
e metastasi linfonodali in regione ilare. La terapia immunosoppressiva
praticata postoperatoriamente si basò sull’associazione
di azathioprina, farmaci corticosteroidi e irradiazione
timica. Il paziente morì 18 giorni dopo l’intervento
a seguito dell’insorgere di severa insufficienza
renale.
Nonostante
la ridotta sopravvivenza del ricevente questo primo intervento
di trapianto polmonare richiamò l’attenzione
di diversi ricercatori in tutto il mondo. Durante i seguenti
15 anni furono effettuati circa 40 trapianti in diversi
centri del mondo ma, in nessuno caso si raggiunsero sopravvivenze
accettabili. Metà dei pazienti morirono durante
la prima settimana dall’intervento chirurgico a
causa di infezioni e rigetto acuto. Il paziente che sopravvisse
più a lungo fu un uomo di 23 anni affetto da silicosi
sottoposto a trapianto di polmone in Belgio che fu dimesso
dall’ospedale 8 mesi dopo l’intervento per
sopravvivere solo altri due mesi a causa di una serie
di problemi tra cui rigetto, sepsi e stenosi bronchiale.
(2)
Tra
coloro che sopravvissero più di una settimana all’intervento
chirurgico di trapianto polmonare si notò la comparsa
di importanti problemi di cicatrizzazione dell’anastomosi
bronchiale la cui natura multifattoriale fu compresa successivamente.
A differenza di quanto accade con altri trapianti di organi
solidi, durante il trapianto di polmone non viene effettuato
di routine il ripristino della circolazione arteriosa
bronchiale. La vascolarizzazione dei bronchi del polmone
trapiantato dipende da rami collaterali dell’arteria
polmonare e non dal ripristino della circolazione delle
arterie bronchiali, di conseguenza l’anastomosi
bronchiale risulta maggiormente esposta al rischio di
ischemia e deiscenza con conseguente contaminazione ed
infezione mediastinica. I rischi infettivi sono altresì
accentuati dalla ritenzione di secrezioni nel polmone
donato dovuta alla significativa riduzione dell’attività
mucociliare.
Il problema della deiscenza dell’anastomosi bronchiale
stimolò l’interesse di molti autori, i contributi
più significativi alla comprensione e risoluzione
di questo problema furono apportati dal gruppo di Toronto
diretto da J. Cooper che nel 1981 dimostrò che
le alte dose di corticosteroidi utilizzate in quel periodo
per ottenere livelli di immunosoppressione adeguati avevano
effetti avversi alla guarigione dell’anastomosi.
(2) Usando modelli sperimentali animali di trapianto polmonare
gli stessi autori dimostrarono:
1. L’utilità di utilizzare un lembo peduncolato
di omento per proteggere l’anastomosi bronchiale,
al duplice scopo di favorire la neovascolarizzazione dell’anastomosi
stessa mediante la creazione di collaterali nel bronco
ischemico, e di creare un supporto di contenimento dell’infezione
qualora si verifichi la deiscenza, evitando la diffusione
dell’infezione all’intero mediastino.(2)
2. L’assenza di effetti dannosi sulla guarigione
dell’anastomosi da parte della ciclosporina, un
potente farmaco immunosoppressore, all’epoca di
recente scoperta, che consentiva di ridurre l’utilizzo
di alte dosi di steroidi per prevenire fenomeni di rigetto.
(2)
Nonostante questi nuovi importanti contributi alla comprensione
delle problematiche cliniche che fanno seguito al trapianto
polmonare, nei primi anni 80 rimanevano numerose questioni
irrisolte, prima fra tutte la definizione di adeguati
criteri di selezione per pazienti potenziali candidati
al trapianto di polmone. Inizialmente furono selezionati
per trapianto polmonare pazienti affetti da fibrosi polmonare,
patologia considerata ideale per trattamento con trapianto
di polmone singolo, poiché l’aumentata resistenza
sia alla perfusione che alla ventilazione nel polmone
nativo fibrotico residuo garantisce una perfusione e una
ventilazione preferenzialmente dirette verso il polmone
“sano” donato.
Sulla
base di queste valutazioni, il 7 novembre 1983 a Toronto
fu effettuato con successo un trapianto di polmone singolo
in un paziente di 58 anni con fibrosi polmonare primitiva
il quale sopravvisse circa sei anni all’intervento
prima di morire a seguito di severa insufficienza renale.(1)
Successivamente, si effettuò il trapianto di polmone
bilaterale in pazienti per i quali, il trapianto di polmone
singolo non era appropriato e il trapianto cuore-polmoni
non necessario. Anche questa tecnica comunque si dimostrò
essere, almeno inizialmente, particolarmente difficoltosa
a causa della complessità tecnica, in particolare
sanguinamento, rischio di ischemia delle vie aeree e denervazione
cardiaca. (2)
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